È
curioso osservare come nel campo delle arti visuali il dibattito su
"cosa sia Arte", ovvero quale caratteristica qualifichi come "artistico"
un manufatto o una performance o anche solo un concetto che permetta di
qualificarlo come "Opera", sia ancora acceso e vivace, e si pubblichino
tuttora libri sull'argomento, come quelli raffigurati nella foto;
mentre invece nel campo della musica, fatta salva
la controversia che ciclicamente riemerge intorno alla figura centrale
di John Cage, pare che si dia per scontato che è musica (intesa come
manifestazione artistica) qualsiasi produzione sonora, più o meno
organizzata o improvvisata, artificiale o naturale, a patto che esista
una comunità - o perfino soltanto un singolo individuo- disposta a
considerarla tale.
Da un lato quindi sembrerebbe che nel campo musicale si sia "più avanti" rispetto alle arti visuali/visive, avendo ormai archiviato il problema e assimilato questa sorta di universalismo ecumenico tipico della fine del XX secolo e del postmoderno globalizzato, che mette tutto sullo stesso piano; dall'altro lato però a me pare che questa apertura totale sia gravemente lacunosa perchè si basa su una tautologia circolare - che vale anche per le arti visive/visuali - secondo la quale il criterio discriminante non risiede nelle qualità intrinseche dell'opera, nella sua fattura concreta, ma nella "intenzionalità" del soggetto creatore o dei fruitori, i quali vi riconoscono una artisticità, e ciò basta a sancirne la qualifica sociale di "Opera d'arte".
Non sarò certo io a volermi trasformare in un novello Hanslick e dettare il canone estetico del XXI secolo. Nessuno ha il diritto di contestare l'altrui giudizio - sia esso fondato su strumenti critici adeguati oppure su sensazioni superficiali.
Ma sono disorientato e mi domando come mai il dibattito pubblico sull'estetica musicale contemporanea sia così povero di stimoli, o così a me pare, e prenda per buono lo stato delle cose senza apparentemente più porsi delle domande di fondo.
Forse ha ragione chi teorizza la ormai totale dissoluzione dell'arte - intesa come concetto che ci arriva dal Romanticismo, e che identificava quelle espressioni appartenenti alla sfera della pura estetica- per completa assimilazione/identificazione col Mercato e le sue leggi, che ha convertito qualsiasi esperienza estetica in Merce ?
Da un lato quindi sembrerebbe che nel campo musicale si sia "più avanti" rispetto alle arti visuali/visive, avendo ormai archiviato il problema e assimilato questa sorta di universalismo ecumenico tipico della fine del XX secolo e del postmoderno globalizzato, che mette tutto sullo stesso piano; dall'altro lato però a me pare che questa apertura totale sia gravemente lacunosa perchè si basa su una tautologia circolare - che vale anche per le arti visive/visuali - secondo la quale il criterio discriminante non risiede nelle qualità intrinseche dell'opera, nella sua fattura concreta, ma nella "intenzionalità" del soggetto creatore o dei fruitori, i quali vi riconoscono una artisticità, e ciò basta a sancirne la qualifica sociale di "Opera d'arte".
Non sarò certo io a volermi trasformare in un novello Hanslick e dettare il canone estetico del XXI secolo. Nessuno ha il diritto di contestare l'altrui giudizio - sia esso fondato su strumenti critici adeguati oppure su sensazioni superficiali.
Ma sono disorientato e mi domando come mai il dibattito pubblico sull'estetica musicale contemporanea sia così povero di stimoli, o così a me pare, e prenda per buono lo stato delle cose senza apparentemente più porsi delle domande di fondo.
Forse ha ragione chi teorizza la ormai totale dissoluzione dell'arte - intesa come concetto che ci arriva dal Romanticismo, e che identificava quelle espressioni appartenenti alla sfera della pura estetica- per completa assimilazione/