"Sto diventando un po' troppo critico per potermi illudere ulteriormente di avere qualche talento" - F. Nietzsche


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"Tutta la musica è contemporanea."

martedì 27 settembre 2016

DIONISO AL CONCERTO DI MUSICA ELETTRONICA (Cronaca semiseria)


"Remix concettuale": questa la definizione di ciò che ci aspetta, a quanto dice uno degli addetti ai lavori.

I PARTE
Sul palcoscenico non c'è alcuna presenza umana: solo dei totem primitivi, dei menhir tecnologici.
Presenze impersonali, inquietanti.
Sono creature di un altro mondo.
Le loro bocche sdentate sghignazzanti su colli troppo lunghi, i loro occhi senza orbite sono rivolti verso di noi, impersonali, ieratici. Ma sappiamo che è da quelle bocche e da quegli occhi che uscirà lo tsunami inaudito di suono, l'onda che ci sommergerà.
E sarà subito Trance oceanica ansiogena. Siamo venuti qui per questo.
Tutti noi seduti al buio, siamo sommersi da suoni sibili schianti battiti di ali uragani e maree provenienti da ogni parte intorno a noi a volume devastante.
Mi dico: mette un po' a disagio in verità vedere questo pubblico che assiste a una sorta di Rito di devozione collettiva al Dio onnipotente della Macchina. C'è una fortissima componente Dionisiaca senza dubbio, ma la violenza primigenia è qui sterilizzata: si assiste, ordinatamente seduti in silenzio ognuno al proprio posto e al buio, a questa sublimazione collettiva della violenza.
L'Uomo della Macchina è il sacerdote che officia il Rito dall'altare allestito in mezzo a noi, in platea, da dietro la sua consolle luminosa come il quadro comandi di uno shuttle ( il paragone è scontato, ma pertinente: il Cosmo, lo Spazio è l'immagine che viene più facile alla mente quando si ascolta musica elettronica: forse a causa del riverbero lunghissimo, dei profondissimi orizzonti siderali che il suo utilizzo ispira).
L'Uomo della Macchina dunque è colui che solo è autorizzato a evocare la potenza del Dio, a provocarne l'Epifania immateriale, sub substantia sonoris.
Viene il sospetto che questo desiderio di trance pseudo-mistica non a caso interessi così tanto il pubblico, in maggioranza di giovani, che c'è qui: come se fosse un modo per partecipare virtualmente a un sacrificio pagano e violento, ma metaforizzato in forma sonora e perció priva del pericolo di far scoppiare un'orgia o una violenza di massa, come invece sarebbe piu logico aspettarsi da questi giovani precari, che hanno ancora tutta la vita da vivere ma con davanti un futuro incerto e oscuro.
Dovrebbero scendere in piazza e spaccare tutto, fare la rivoluzione, penso dentro di me.
Invece se ne stanno lì buoni buoni seduti nel loro posto numerato, e hanno applaudito con cortesia e moderazione la lunga presentazione pre-concerto. Hanno applaudito disciplinatamente le Autorità civili e religiose e ora stanno zitti e buoni al buio, invece di uscir fuori e spaccare tutto.
Ma forse quello cui partecipiamo qui è ancora e sempre quello stesso rito apotropaico che in ogni tempo gli uomini celebrano, evocando la violenza in forma simbolica per scongiurarne l'esplosione concreta e reale.
Da questo punto di vista, la qualità intrinseca della musica sembra a me essere davvero poco importante. E forse anche per questi ventenni. Non siamo qui per la musica, ma per qualche altra ragione oscura che non riesco ad afferrare.

II PARTE
Gustav Mahler "remix concettuale". Così dice il programma di sala: che questo secondo performer, che viene dall'Austria, si ispira a Gustav Mahler. I prodotti DOC di casa vanno sempre promossi.
Ora sul palco c'è un Uomo con i soliti laptop sul tavolo, ma ANCHE con una chitarra elettrica.
Oso sperare in una performance meno virtuale e più fisica.
Inizia con il ron-ron profondo di un gatto gigante. Poi lunghe ondate di accordi consonanti vanno e vengono. Forse evoca il fantasma di Mahler? E chi lo può riconoscere?
Poi il suono del rotolamento di pneumatici su asfalto duro, a tutta velocità in un lunghissimo tunnel molto risonante.
Una citazione della chitarra di Hendrix agonizzante e urlante di dolore durante quel suo (di lei) leggendario assassinio rituale col fuoco sacro.
Tramonto marittimo con tenere lontane figure in controluce (la spiaggia del Lido veneziano? Siamo a Visconti ? oppure alla copertina di Elio/ST "del meglio del nostro meglio"?)
Mentre in alto lontano chissà dove nel cielo un jet passa sulle nostre teste. Tutti a chiedersi dove va, o da dove viene. Dalla Cina, dalla Patagonia?
Il motore diesel da 500.000 cc, forse quello di una nave petroliera, sovrasta e cancella il fischio del jet, fa tremare tutta la sala, e le nostre viscere, con il suo profondo pulsare infrasonico.
Dopo ancora un po' di visioni mistico/tecnologiche, il tutto finisce con una specie di sfumando rassegnato.
Ho come il sospetto che il Dio della Macchina stasera non fosse molto in vena. Ha fatto il suo numero, un po' come il vecchio elefante dello zoo, quello che, inforcati gli occhiali dal suo vecchio domatore, fingeva annoiato di saper contare con la proboscide su una lavagnetta. Noi bambini, cinici e disillusi, facevamo finta di crederci. L'elefante ( che era un'elefantessa, scoprimmo poi) è morto, avvilito solo vecchio e malato, anni fa. Aveva fatto una onorata carriera di contabile. Non se ne ricorda più nessuno, o quasi.

1 commento:

  1. caro renato, ho letto con divertimento questo post. in fondo un post con retrogusto amarognolo. ma perché mai, secondo te, i ventenni dovrebbero "fare la rivoluzione", "scendere in piazza" e "spaccare tutto" (sic)? è ora di constatare che chi ha vent'anni nel 2016 non ha che una vaghissima idea di che cosa sia un concetto "rivoluzionario"; intendo dire di quei concetti che erano diffusi ai tempi cui - forse - tu vagamente alludi: gli anni 60-70, durante i quali un'ideologia di lotta e ribellione (svanita nel nulla) era fortemente sentita dalla (allora) giovane generazione. correggimi se sbaglio, qualora questo vago languore nostalgico sia stato da me percepito erroneamente dalle tue parole. mai come adesso la somma previsione di hermann broch nel suo capolavoro "i sonnambuli" è attuale; un sonnambulismo diffuso, una disgregazione dei valori che non solo non è neppure sentita come tale - le "macchine" che descrivi in questo concerto sono un incrocio fra il patetico e il grottesco - ma è applaudita con il garbo di un individualismo spento e cortese. cari saluti, dario agazzi - darioagazzi.it

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