
Questa la tesi di fondo del bel libro di Alessandro Zignani (Zecchini Editore) che, da un punto di vista genericamente definibile "conservatore", restituisce un panorama complessivo, se non esauriente, e illuminante sulla situazione dei musicisti italiani nella prima parte del Novecento e in particolare durante il Ventennio. Denso di informazioni, e ricco di ironia e sarcasmo che permette di guardare anche con un certo distacco alle baruffe e alle lotte per il potere tra compositori che si contendevano i favori del Duce, è un libro che consiglio perché mi pare un contributo indispensabile per iniziare in modo sistematico a colmare una lacuna storica e musicologica sulla quale per anni abbiamo rifiutato di volgere l'attenzione.
Casella, Respighi, Giordano, Pizzetti, Malipiero, Lualdi, Sinigaglia, Ghedini, Bossi, Pick-Mangiagalli, Porrino, Salviucci, Pilati, Gnecchi, Mulè, De Sabata, Marinuzzi e molti altri sono stati i protagonisti della musica italiana nella prima parte del secolo: più cosmopoliti e meno provinciali di quanto ci siamo abituati a ritenere, meritano ben maggiore attenzione di quella finora loro riservata.
Non per rinverdire un becero neo-nazionalismo musicale, ma perché è più saggio conoscere i nostri padri, e comprendere da dove siamo venuti, invece che tentare di seppellirli per sempre, come vergognandosene, dopo averli condannati con un processo sommario.
Casella, Respighi, Giordano, Pizzetti, Malipiero, Lualdi, Sinigaglia, Ghedini, Bossi, Pick-Mangiagalli, Porrino, Salviucci, Pilati, Gnecchi, Mulè, De Sabata, Marinuzzi e molti altri sono stati i protagonisti della musica italiana nella prima parte del secolo: più cosmopoliti e meno provinciali di quanto ci siamo abituati a ritenere, meritano ben maggiore attenzione di quella finora loro riservata.
Non per rinverdire un becero neo-nazionalismo musicale, ma perché è più saggio conoscere i nostri padri, e comprendere da dove siamo venuti, invece che tentare di seppellirli per sempre, come vergognandosene, dopo averli condannati con un processo sommario.
I tempi sono maturi per un ripensamento, sia perché sempre nella storia
ci sono i "corsi e ricorsi", ma ancor più perché la "spinta propulsiva"
delle ex-avanguardie mi pare definitivamente esaurita, ed è ormai oggi nelle
cose una "revisione della revisione".
Le
generazioni nate nei decenni immediatamente successivi alla II guerra mondiale
sono cresciute in un clima culturale di "progressismo ideologico" che ha
avuto tanti meriti, ha favorito l'emergere di tante nuove proposte
artistiche, ma doveva sgombrare dallla visuale coloro che considerava relitti polverosi ed equivoci di un passato
del quale vergognarsi. Oggi il clima è cambiato e possiamo tornare a
guardare con più serenità a quelli che, volenti o nolenti, sono stati i
nostri progenitori.
Un
altro merito del libro è demistificare la divisione
fascisti/antifascisti tra i musicisti del Ventennio: almeno fino al
1938, anno dell'introduzione delle leggi razziali, furono tutti più o
meno legati al Fascismo, chi per convinzione, chi per carrierismo,
chi per poter continuare a far musica, chi per ingenuità. Il Regime tollerava, premiava, distribuiva cariche, prebende, posti
d'insegnamento, commissioni per opere nuove. Più o meno tutti se ne
avvalsero: molti anche ben oltre il 1938, ricoprendo cariche di
prestigio e riconoscimenti pubblici. E non faccio nomi. Alcuni
superarono indenni la fine del Regime e conservarono le loro posizioni
nel Dopoguerra, fino all'altroieri....
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